In un periodo in cui i giovani spesso si trovano divisi tra il desiderio di restare nella propria terra e la necessità di partire in cerca di opportunità, abbiamo voluto approfondire il loro punto di vista sul futuro del territorio, sulle sfide da affrontare e sulle possibili soluzioni. Per farlo, abbiamo intervistato Francesco Lo Bianco, giovane castelbuonese, membro della Consulta Giovanile di Castelbuono e attivo nel sociale. Con lui abbiamo parlato di politiche giovanili, delle difficoltà e delle prospettive di chi sceglie di restare o tornare, e del ruolo che le istituzioni possono avere nel costruire un futuro più solido per le nuove generazioni.
Francesco, intanto benvenuto! Qual è la situazione generale nella nostra città dal punto di vista dei giovani? Quali sono le loro percezioni sul futuro: preferiscono restare o sentono il bisogno di andare altrove in cerca di opportunità?
“Grazie a voi, possiamo dire che i giovani del nostro territorio, in particolare a Castelbuono, sono stati oggetto di ricerche statistiche condotte principalmente nelle scuole. Da queste indagini è emerso che gran parte dei giovani evidenzia problemi sostanziali nel nostro territorio, dalla mobilità alle condizioni degli istituti scolastici, che in alcuni casi non godono di grande prestigio e presentano problematiche interne piuttosto rilevanti. Affacciandosi al mondo del lavoro, i giovani riscontrano difficoltà sia per la precarietà che per la scarsa disponibilità di opportunità occupazionali. Tuttavia, emerge un atteggiamento positivo: molti desiderano studiare o lavorare fuori dalla propria terra nella speranza di costruire un futuro migliore. Allo stesso tempo, abbiamo rilevato un forte attaccamento alla Sicilia e un desiderio di ritorno in futuro, alimentato dalla speranza di trovare un contesto più favorevole. Questo dato è significativo, poiché suggerisce che un’attenzione maggiore da parte delle istituzioni e della politica potrebbe offrire nuove prospettive al nostro territorio. Se venissero introdotte modifiche sostanziali, in particolare sul fronte occupazionale, molti giovani sarebbero incentivati a tornare, anche a condizioni lavorative leggermente inferiori rispetto a quelle offerte altrove. Il richiamo degli affetti, degli amici e di una qualità della vita diversa rispetto alle grandi città rappresenta un fattore determinante. Naturalmente, nelle aree più interne si riscontra il desiderio di vivere in contesti urbani e di sperimentare dinamiche diverse, ma permane comunque un forte legame con le proprie origini, le tradizioni e il luogo di nascita. In alcuni paesi questo attaccamento è particolarmente intenso, mentre in altri è meno marcato, ma in generale resta una costante significativa tra i giovani del nostro territorio”.
In quanti siete nella Consulta?
“Le consulte giovanili sono presenti in molti paesi delle Madonie, circa 17, anche se il numero varia a seconda del territorio: ci sono realtà in cui sono più numerose e altre in cui sono meno attive. A Castelbuono, ad esempio, contiamo una cinquantina di ragazzi coinvolti. Spesso, accanto alle consulte, operano associazioni parallele, come bande musicali o la Pro Loco, che portano avanti diverse iniziative. Questo testimonia una forte dinamicità nei nostri paesi, un elemento che andrebbe valorizzato e sfruttato al meglio. Quando le istituzioni, a causa della burocrazia e delle difficoltà amministrative, non riescono ad arrivare ovunque, è fondamentale il ruolo del terzo settore e delle associazioni per promuovere attività culturali e ricreative. L’ambito culturale è essenziale per la crescita e l’arricchimento della comunità, ma anche le attività ludiche rivestono un ruolo importante, poiché offrono momenti di svago e aggregazione. Spesso, infatti, i giovani non trovano nel proprio territorio occasioni di intrattenimento e socializzazione adeguate e questo li spinge ad allontanarsi”.
Vorrei farti una domanda un po’ provocatoria: secondo te, nel corso degli anni, i comuni sono realmente riusciti a creare una rete di collaborazione efficace tra di loro? Perché, obiettivamente, ci sono ancora differenze significative. Questa rete funziona davvero o resta solo un’intenzione sulla carta?
“Allora, possiamo dire che molti passi avanti sono stati fatti, e anche tu hai contribuito a portare avanti diversi progetti in questo senso. Tuttavia, esiste ancora un problema sostanziale di collegamento sia istituzionale che organizzativo tra i comuni. Ne parlavamo anche con il Vescovo: una gestione più strutturata e programmatica del turismo, ad esempio tra Cefalù e i paesi delle Alte Madonie, potrebbe rappresentare un’opportunità per valorizzare le bellezze del nostro territorio, andando oltre il turismo “mordi e fuggi”. Una gestione congiunta tra tutti i comuni sarebbe una risorsa fondamentale per il territorio, ma finora non è mai stata realizzata in modo davvero coeso, forse anche a causa di screzi e difficoltà politiche che hanno finito per ostacolare l’interesse della comunità e il bene comune. Ora, con la presenza dell’Unione delle Madonie, di cui fa parte anche la Consulta delle Madonie, c’è la speranza che questo strumento possa essere valorizzato come un’importante occasione di partecipazione, sia per i giovani che per tutti i comuni coinvolti”.
Hai citato il nostro Vescovo e questo è l’anno del Giubileo della Speranza. Da giovane, cosa rappresenta per te la speranza? C’è un sogno o un’aspettativa particolare che nutri per il futuro, sia personale che per la comunità?
“La mia speranza, da giovane interessato alla politica nel suo senso più autentico – come attenzione, amore per gli altri, solidarietà e impegno per la comunità – è che la politica istituzionale, a tutti i livelli, dal regionale al nazionale fino all’europeo, torni davvero a interessarsi del nostro territorio. Sempre più spesso, infatti, vediamo un disinteresse della politica nei confronti delle reali esigenze delle comunità locali, con progetti che risultano distanti dai bisogni concreti delle persone e che talvolta sembrano realizzati solo in funzione della propaganda elettorale. La mia più grande speranza è che la politica torni a occuparsi seriamente del nostro territorio e che favorisca una maggiore partecipazione dei giovani, coinvolgendoli attivamente nelle decisioni, anche su aspetti tecnici come la destinazione di risorse nel bilancio. Ho avuto modo di partecipare a diversi eventi fuori dalla nostra regione, dove sono stati sperimentati strumenti di democrazia partecipata. Credo che questa sia una risorsa fondamentale per i nostri territori, che affrontano problemi profondi non solo dal punto di vista politico e strutturale, ma anche sociologico e antropologico. Alcune problematiche, come la mafia, sono purtroppo radicate nel nostro contesto, e per affrontarle serve una vera rivoluzione nel rapporto tra istituzioni e cittadini. Le persone devono essere coinvolte direttamente nelle scelte politiche, affinché la politica torni ad essere realmente al servizio della comunità”.
Un confronto, quello con Francesco Lo Bianco, che ci ha permesso di comprendere meglio le speranze e le difficoltà che i giovani del nostro territorio affrontano ogni giorno. La sua visione è chiara: per costruire un futuro più promettente, è fondamentale unire le forze tra giovani, istituzioni e comunità, promuovendo politiche inclusive, progetti di sviluppo locale e incentivando la creazione di opportunità lavorative. Ma non solo: è essenziale investire nella formazione e nella cultura, per permettere a chi resta di sentirsi parte attiva nel processo di crescita del proprio paese. Nonostante le sfide, Francesco ha sottolineato che il ritorno e il radicamento sul territorio sono possibili, ma richiedono una progettualità condivisa e un forte impegno da parte di tutti. Solo così sarà possibile creare un ambiente in cui i giovani possano finalmente vedere il proprio futuro come un’opportunità, e non come una necessità di fuga.
Giovanni Azzara
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